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MC5 -KICK OUT THE JAMS- 1969

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MC5 -KICK OUT THE JAMS- 1969 "It's time to choose, brothers and sisters! It takes five seconds of decision, five seconds to realize that it's time to move! 1 want to know, brothers and sisters, are you ready to testify? I give you a testimonial: the MC 5! (Rob Tyner, 1969) Profeti sfortunati della "revolution in rock", gli MC 5, così come i loro conterranei Stooges,- continuano ad essere un mito di proporzioni incredibili. "Kick Out The Jams", un LP di oltre 30 anni or sono, fa parte della storia dei rock'n'roll più ruvido e "maledetto". Vi proponiamo un articolo di Giorgio Onetti (per correttezza informiamo che la rubrica che questo signore curava si chiamava proprio Vinyl Roots) tratto dalla storica rivista H/M n.84 del 1990.

 

 

"Kick Out The Jams, ”

Elektra K 42027 - 1969

mc5

La fame di radici di molti voi giovani e meno giovani fans dell'HM mi spinge a pensare che si stia rapidamente creando un movimento dei metalli vegetariano... A parte i giochi di parole, forse poco graditi in questo caso a chi si dichiara assolutamente carnivoro, il manipolo di crani che guida il nostro giornale, a capo del quale si muove per vie rettilinee ed onestissime il ben noto Marco "spaghetti Scotty" Lucchi, mi avverte che c'è stato molto interesse e sono giunte lettere in seguito alla "HM Story" dei n. 80 sugli MC5.

Reso dunque onore al buon Paolo Battielli e al suo dettagliatissimo articolo rievocativo bisogna dire che molti di voi hanno ormai cominciato a seguire con grande fedeltà le nostre ricostruzioni che hanno per tema le origini dell'hard rock e dell'heavy metal, comprendendo appieno quanto musicisti e dischi degli anni '60 e '70 abbiamo di fatto lasciato tracce sufficientemente profonde e significative per i rockers dei decenni successivi, e quanto sia importante studiarle in modo attento ed affettuoso per poter giudicare serenamente i dischi che si affollano nel ribollente mercato dei giorni nostri.

Ecco il motivo per il quale, a soli tre mesi dal pezzo sugli MC5, mi accingo a descrivervi 'In presa diretta" le emozioni e le note tecniche di "Kick Out The Jams", disco principe della purtroppo magra produzione dei quintetto di Detroit. Per i patiti dell'inquadramento storico e filosofico delle varie correnti musicali, il rinvio alla story battigelliana è ovviamente obbligato, e non vi dovrebbe essere difficile, ammesso che già non lo abbiate, procurarvi una copia dei n. 80 della nostra rivista.

Tanto per rientrare con voce autorevole nel clima di. quei tempi, e direi anche che quei luoghi visto che il lavoro dei gruppo di Rob Tyner fu sempre molto legato alla situazione sociale politica e musicale di Detroit, Michigan, U.S.A., mi piace però proporvi alcuni brani da quell'ottimo libro intitolato originariamente "Rock 100" e ribattezzato nell'edizione italiana della Arnoldo Mondadori (1977) " Rock 86". Gli autori erano David Dalton e Lenny Kaye, e qui c'è una prima linea di continuità .concettuale, visto che Lenny Kaye, meglio conosciuto dai più come chitarrista dei primo Patti Smith Group, era ed è amico sincero non solo della poetessa dei rock, ma anche dei marito, Fred "Sonic" Smith, contitolare dei ruolo di chitarrista nella mitica formazione degli MC5. Scrivevano Dalton e Kaye:

 

la città dell'automobile" bruciava, lambita dalle fiamme della guerriglia e dello scontro frontale, minacciata da fucili e chitarre, simboli gemelli. 'Il rock and roll è la grande forza liberatrice della nostra epoca" proclamava la patriarcale figura di John Sinclair dal podio della Grande BalIroom. Tolta dal ghetto del divertimento la musica suonava ora come segnale d'allarme manifesto di chiamata alle armi per un esercito color arcobaleno teso a definire un modello alternativo di vita". E ancora: "C'erano poche alternative. Detroit e buona parte del Midwest erano una gigantesca fabbrica sterminata e il rock vinse la sua battaglia politicizzandosi come naturale risposta all'oppressione; il nemico, invisibile, sembrava quasi rínunciare al confronto.

 

Laddove Detroit era anodina, il suo rock era vibrante ed eccitante; laddove Detroit cercava di smussare l'interiore violenza, il suo rock era coscientemente brutale, sino alla provocazione; laddove Detroit elogiava la virtù e il ritegno della medioborghesia, il suo rock invitava alle pazze corse per le strade, all'esperienza psichedelica, all'abbattimento d’ogni tabù. Ciò che non poteva esser piegato alle nuove esigenze veniva sovvertito. La musica rifuggiva l'eccellente tecnica e si mostrava grezza, forte, eseguita con intensità e fede profonda".

 

Guidati da questa figura ormai storica, John Sinclair, capo della famosa comune Trans Love Energies (chi sa spiegare la connessione con la "Trans Love Airways", fantomatica compagnia aerea psichedelica cantata dal menestrello Donovan in "Fat Angel", poi ripresa magistralmente dai Jefferson Airplane?) i cinque MC5 (Rob Tyner cantante, Wayne Kramer e Fred Smith chitarristi, Michael Davis bassista e Dennis Thompson batterista) uscirono rapidamente dal ristretto ambito della Motor City per urlare la loro rabbia di pantere bianche a tutti gli Stati Uniti. E non ci fu (anzì, non c'è, perché allora i commenti non potevano essere sufficientemente lucidi) critica più solidale nell'approvare la scelta di esordire con un album dal vivo, visti non solo i problemi econo- -,i ed organizzativi dei gruppo, ma soprattutto il tipo di sound e di messaggio che andava proposto.

A tuttti coloro che credono fermamente in un grosso iato tra suoni e fraseggi degli anni sessanta e quello dei periodi successivi, prenderà un colpo quando riprenderanno tra le mani "Kick Out The Jams".

Già nel titolo, un disco che potremmo fantasiosamente intitolare all'italiana "Mandiamo affanculo... i nostri casini", o con maggior rigore filologico 'liberiamoci dei problemi" lascia capire che la soglia della, politicizzazione era già stata ampiamente superata, e non a caso siamo nell'autunno dei 1968 quando Sinclair e gli MC5 scelgono la Grande Baliroom come teatro per le  registrazioni dei disco. La copertina, ricca e apribile come nelle tradizioni dell'Elektra di Jack Holzman, gode di un indovinatissimo  collage fotografico di Joel Brodsky, che mostra il tipico armamentario da scena dei gruppo: vestiti rilucenti e un po' kitsh, capelli lunghi, bandiere americana ovunque (da bruciare o calpestare al momento giusto).

Dentro un bianco e nero delle loro cinque poco raccomandabili facce, e alcune note di copertina sulla Trans-Love Energies.

Dicevamo del colpo che dovrebbero prendersi tutti gli appassionati di heavy sound non appenala puntina comincia a scorrere lungo i solchi di "Kick Out The Jams": beh, se questo non è heavy ! La mia Ortophon, testina onesta quanto sincera dopo diciotto anni di carriera, è squassata da fracasso indicibile, ma coerente con una storia musicale che se oggi ci appare ovvia, nel'68 doveva ancora essere scritta tutta.

Senza appropriarci in toto dei suggestivo invito dato da John Sinclair nel '72, per evitare di incappare nei rigori delle leggi vigenti o d'approvare, leggiamolo comunque come viatico all'esperienza sonora che sta per cominciare: "La sola alternativa che posso suggerire è che prendiate in mano una copia di "Kíck Out The Jams" dei vecchi MC5, e la mettiate sul piatto del giradischi. Poi alzate il volume, accendetevi uno "spinello", spogliatevi, se volete, rotolatevi sul pavimento per un minuto e ritornate con noi agli emozionantí giorni di qualche anno fa... la primavera del 1968, dove ha iniziato questa sequenza".

L'aggressione comincia al primo urlo della folla, segnale che il gruppo tanto atteso ha varcato il confine dei palcoscenico. Rob Tyner acchiappa subito il microfono, e incatena gli astanti con il suo comizio iniziale: 'Tratelli e sorelle, fatemi vedere le mani alzate, laggiù!" e via con la tirata sulla rivoluzione che c'è '1à fuori", e sulla possibilità di schierarsi dalla parte dei problemi o di chi li risolve. "Dovete scegliere, fratelli! Ci vogliono cinque secondi per decidere. Cinque secondi per capire che è ora di muoversi; fratelli, siete pronti a testimoniare? lo vi darò un testimone: gli MC5!. E giù le note piene e roccheggianti di "Rambling Rose", che sembra un classico di Holland-Dozier-Holland eseguito dai Led Zeppelin degli esordi. Ciliegina sulla torta, Tyner canta con isterica voce in falsetto, portando subito al calor bianco l'atmosfera dei concerto. Il pezzo, nella sua semplicità, è devastante per energia e compattezza: dopo cori scollacciati ma non stonati, parte un lancinante assolo di chitarra, tecnicamente non esaltante, ma perfettamente in tema con la degradazione dei temi dei rock'n'roll anni '50 che lega tutta la canzone. Non mi sento di attribuire afl'uno o all'altro dei due chitarristi le parti soliste, ma qui come in molti altri punti dell'album la chitarra guida sembra essere una Gibson, mentre Fred "Sonic" Smith agisce di preferenza con una (allora esoterica) Mesrite, di più secca timbrica. Dunque gli assoli sono di Kramer? Forse in "Rablin'Rose" sì, ma non mi sbilancio, non prima almeno di aver sentito la testimonianza di qualche protagonista.

Cioè, probabilmente mai, a meno che Patti Smith una di queste sere non mi inviti a cena. A proposito di chitarra solista, il finale funigante di cori si arresta proprio per dare spazio ad una delirante svisata di una sei corde; degno finale per questa bomba da soli 2'39", il fraseggio si attorciglia intorno alla nota dominante dei pezzo, con una violenza che lascia stupefatti, e sostituisce degnamente il fattore tecnico puro. In ogni caso, i chitarristi degli MC5 non erano dei derelitti, e il rock lo masticavano a sufficienza: a volte, però, sembravano ideologicamente tesi a superare la qualità estetica dell'esecuzioni, in favore dell'effetto rabbia, durezza, maltrattamento pur coerente della tastiera. E degli amplificatori, giacché "Rambling Rose" termina con un bel fischio di risonanza.

Subito Rob avverte che è ora di... "Kick Out The Jams", e parte l'ipnotico riff dei brano, un riff che allora si sarebbe definito "progressive", o giù di lì Il tempo di batteria in due quarti richiama un po' le scelte future di certi gruppi punk, ma l'andamento è hard rock, e la struttura dei brano asseconda questa impressione. Chitarre distorte, basso cupo ma metallicamente pulito come comanda il sound d e i rock di Detroit. Voci (o controcoro continuo) sguaìate ma intonate, come prevede l'americana tradizione.

Assolo centrale funzionale allo scatenamento dei sensi, miagolante e strappato, e solito finale prolungato sulla ácia degli effetti sonori delle chitarre.

Pezzo breve (2'37"), ma storico quanto basta nei significati, "Kìck Out The Jams" sfuma negli applausi e nello stesso accordo, su cui senza fermarsi gli MC5 attaccano un'altra loro composizione, "Come Together", ovviamente in nessun modo connessa con la omonima canzone dei Beatles.

"Come Together" è se possibile ancora più casinara e rotolante delle precedenti, nonostante si avviluppi interamente su una semplice frase di quattro note.

La sezione ritmica picchia sodo, le chitarre si sciolgono a volte in cantilene vagamente psichedeliche, fino ad una parte più compressa, con un accenno molto consapevole a quello che nel gergo chitarristico è detto comunemente "tacchettato", e cioè una sorta di stoppato che porta il pezzo a ridurre il volume ma non la potenza di fondo.

Rob lo porta di nuovo in alto ripetendo 1 Tes" e "Now" ad oltranza, fino al finale in leggero rallentamento in cui le quattro note si alternano in maniera sempre più fosca.

C'è un coro di "grazie, grazie, "Come Together", ora, ora", e si capisce che là sotto il pubblico si sta sbracciando da pazzi.

li momento si fa magnetico, come direbbero i soloni della nostra cultura ufficiale, quando in un fumo quasi diabolico, tra schitarramenti degni dei Sex Pistols, attacca "Rocket. Reducer No. 62 (Rama Lama Fa Fa Fa)".

Un inno sferragiiante, incentrato sui cori sguaiati dell'intera band, che arringa broters and sisters senza risparmio di fiato, mentre le ritmiche corrono sui binari della demenza.

Un pezzo centrale, in cui si alternano i due solisti, è magistrale per furia primordiale, e infatti in questo brano più che una linea melodica o soluzioni tecnicamente raffinate è giusto cercare l'energia, la solida trazione integrale fornita dalla base, e ovviamente il messaggio politico e sociale pesantemente riposto nelle molte, fluenti righe dei testo.

li finale sfugge però alla logica della (voluta) rozzezza, lasciando sole le due chitarre in una bellissima fuga in cui al sovrapporsi dei due suoni principalì si aggíunge un ottimo uso di echi e battimenti, fino a riempire la sala di note, una che insegue l'altra in un magico circolo sonoro.

I colpi conclusivi sono a dire il vero male introdotti da un fuori tempo clamoroso tra basso e batteria, ma negli accordi che si srotolano senza fine, in un martellante rallentamento che non mostra cali ma anzi procede in un micidiale crescendo emotivo, possiamo finalmente leggere la grande trascinante energia che faceva degli MC5 un gruppo tanto amato, tanto odiato, e tanto rimpianto non appena si fu 'sciolto.

"Rama Lama, Fa Fa", gridano soddìsfa ~ Rob e Wayne alla fine dei baccano, e si sente che sono contenti, eccitati ma cosci di essersi fatti capire. Eccome!

Il lato B aggredisce subito l'ascoltatore con un altro pezzo che in gergo definiremmo "un treno".

"Borderfine" non dà respiro, pur separando per tempo, accordi e modo di cantare la strofa dal bridge in modo netto, e non del tutto convincente.

In parole povere, due pezzi separati e uniti in modo un po' meccanico, con stacchi e stacchetti piuttosto macchinosi.

Il finale, fragoroso ma sobrio, vede il ritorno dei tema iniziale, e il pezzo si esaurisce nàturaimente dopo 2'45.

Altro furioso comizio su tema economico, e poi la piccola sorpresa, che però suona tanto naturale quando si fa un discorso di minoranze oppresse: dal fracasso dei chitarroni si pìomba in maniera brusca nel quieto ma minaccioso incedere dei blues. E' la magica "Motor City Is Buming", e avvicina gli MC5 alla modernità più di quanto il ricorso ad un blues standard possa far pensare.

Il sapore di quiete si dissolve piano piano, via vìa che la base si fa pìù heavy con glì ìnterventì alternati delle chitarre, mentre Rob Tyner mostra dì poter cantare il blues in modo duro ma rispettoso dei canoni della tradizione.

Tre assoli lancinanti e prolungati  portano il brano ad un alto i - o, fino a che anche la, strofa cantata si fa più heavy, con la sezione ritmicasempre più agitata, e le chitarre che fraseggiano ininterrottamente.

Solito finale strascicato, e "Motor city is burning" passa in archivio, per lasciare, spazio a ad una fantastica cover di "I Want you

di Reg Presley dei Troggs (ricordate i beattissimi, vestiti sempre a strisce?).

ribattezzata I Want You Right Now", la

canzone originale viene riproposta con il

suo inconfondibile giro di tre accordi, prima in modo fragoroso poi sommesso, quasi sussurrato.

Una grandissima carica sexy si sprigiona ,dalle ora bassissime ora insinuanti ora mugolanti voci di Rob, Wayne e compache poi ad un segnale convenuto,

riprendono il treno dei rumore. Come vuo,r la tradizione, non c'è un grammo di solista,et o il pezzo vive dei riff, ripetuto ossessivamente

fino all'immancabile rombo finale, che sfocia in un fischio quasi di

sirena, con il quale entra il conclusivo "Starship", '26 di casino organizzato e

trasgressione concettuale firmato MC5 e Sun Ra.

Come si fosse-convinto Sun Ra a sposare la causa delle pantere bianche è intuitivo, più difficile capire quale apporto potessero accettare dal grande cervello afro-jazzistico i fumosi ragazzacci di Detroit; sta di fatto che il connubio funziona, e ad una sezione iniziale gonfia di rabbia si sposa poi una sognante funzione psichedelica, giocata su svolazzi e corde pizzicate mentre Rob da nuovo muezzin dei rock intona mistici vocalizzi. Ho già fatto notare tante volte che la psichedelia era un must per l'America fine anni '60; qui però leggerei meno forzature, ed un sincero incontro tra il bagliore dei trip sperimentali e l'energìa primigenia dei rockettari convinti.

Descrizioni liriche che ricordano la 'telebration Of The Lizard" di Jim Morrison si alternano a sprazzi di rumore chitarristico e percussivo. Poi l'angoscia dello spazio esterno prende tutto il gruppo, che comincia a picchiare con disperata determinazione su un solo drammatico accordo, quello che sarà poi il finale. Di nuovo mi immagino una estatica audience intontita non solo dai propri fumi ma anche da quelli dispersi dagli amplificatori, il cui incendio letteralmente si spenge in un ultimo, lirico fischio larsen.

Ed è triste risvegliarsi, alla fine di "Starship", nella convinzione che il nirvana era così dannatamente vicino. Magica epoca, il '68, non solo sulla bocca di Mario Capanna ma anche nelle orecchie di chi c'era. Poterci tornare per qualche minuto è più magico ancora, e "Kick Out The Jams" ci è riuscito, senza fretta ma con sicura energia. Da sintetizzare con una frase da Cartellone di Repubblica (dopo le. rituali cinque stellette): "Quando la musica non ha età, o meglio ne ha una diversa dalla nostra, che pure sentiamo di preferire.

Capito tutto? Datemi del revanscista, ma io preferivo la rivoluzione...

 

 

Giorgio "Fidel" Onetti

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