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Le tre verità di K

Trilogia della città di K
di Agota Kristof
Einaudi



Una scrittura scarna, secca e crudele per raccontare una storia che ha tre facce. Una sola anima ma tre volti, tre verità, forse nessuna vera, anche se è inevitabile credere ad ognuna.
La città di K è una città inesistente, o forse una delle tante città dell’Est.
Il momento storico è quello della seconda guerra mondiale.
Protagonisti, due gemelli identici, bellissimi, intelligenti, inseparabili, perfettamente spaventosi, Lucas e Klaus.
E’ loro la voce della prima parte della trilogia, la più dura delle tre verità, forse perché ciò che leggiamo proviene dalla voce di due bambini e ciò che vedono, ciò che subiscono e ciò che fanno è terribile in ugual misura. Leggiamo il diario o “ Grande Quaderno” in cui raccontano la loro vita dal momento in cui la madre li affida alla Nonna, mai vista prima, per metterli in salvo dalle bombe della grande città e non fargli mancare il cibo - “Nostra Nonna è la madre di nostra Madre. Prima di venire ad abitare da lei non sapevamo che nostra Madre avesse ancora una madre. La chiamiamo Nonna. La gente la chiama la Strega. Lei ci chiama figli di cagna.”
E loro accettano e reagiscono. È inutile continuare a essere bambini, niente più giochi, solo esercizi per non provare più dolore, né fisico, né morale. Quindi si allenano alle botte, picchiandosi l’un l’altro, si insultano, fanno prove di caldo, freddo, immobilismo, cecità e esorcizzano qualsiasi sentimento buono o cattivo, nulla li deve più toccare. Mantengono invece un loro senso del dovere e di giustizia che li porta a lavorar sodo per la nonna, a proteggere una ragazzina sfortunata e a gesti estremi di cui non sembrano minimamente portare il peso.
L’atmosfera è da fiaba nera, nerissima. E l’inquietudine che ti accompagna nella prima storia non ti lascia neanche nelle altre due, straordinarie. Una fiaba cruda, dove non c’è tregua per nessuno, lettore compreso.

Posted by Bianca


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Tammuz, un abile giocoliere

Il minotauro
Benjamin Tammuz
E/O

 



Storia d’amore, thriller, spy story. Pensando al genere mi vengono in mente una serie di definizioni che da sole non riescono a rappresentare questo romanzo breve, intrigante, pieno di invenzioni con una struttura narrativa straordinaria.

Un agente segreto israeliano di quarant’anni incontra per caso su un autobus la donna che ama da sempre, la donna delle sue visioni e dei suoi sogni.

"La ragazza di sinistra aveva i capelli color bronzo, bronzo scuro…erano lisci e raccolti sulla nuca con un nastro di velluto nero, annodato a fiocco… Chi le ha annodato il nastro con tanta cura, pensò. Poi attese il momento in cui si sarebbe voltata verso la sua amica; appena lei si girò e lui vide i tratti del suo viso, spalancò la bocca in un urlo soffocato in gola. Forse gli sfuggì".

I viaggiatori, in ogni modo, non reagirono. É una ragazza di diciassette anni. Il loro amore sarà solo e sempre un amore epistolare, non potranno mai conoscersi, vedersi, tranne quando tutto – la vita – sarà passato.

Abilissimo Tammuz a incantare il lettore raccontandogli subito la storia dall’inizio alla fine, per poi riprenderla, scoprire nuove carte, nuovi tasselli delle loro vite in un gioco a incastri perfetto che lascia al lettore lo stupore di chi prima intuisce e poi scopre sempre nuove verità, letteralmente fino all’ultima riga.

Posted by Bianca


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